"Ogam Eroloc - Mago Colore"

E' questa una bellissima favola scritta dall'amico Luigi Cignoli sul "Mago del colore" - "Ogam Eroloc" un pò come scrivo i titoli dei miei quadri : giocando con le parole.
Di origine persiana, la parola mago significa “partecipe del dono” - il mago è il mezzo attraverso cui il potere divino si manifesta in maniera che l’opera creativa non abbia fine.
Con il “Mago del colore” si presenta la grande opportunità di essere “partecipi del dono”, di esprimere la creatività insita in tutti noi, di sperimentare nuove frontiere in un mondo che tende a soffocare ed a uniformare tutto.
Siamo in fondo tutti “Maghi del colore”, mezzi e strumenti di una manifestazione più grande di noi, del divino che permea la nostra vita ed il nostro universo.
Mi piace pensare a questa attività come ad una moderna alchimia, dove il “Mago del colore”, mescolando, decantando e imprimendo sapientemente i colori sulla tela recupera emozioni nel nostro “sè migliore”, a volte assopite ed a volte del tutto inaspettatamente nuove.
Ci libera, come nella favola, da un mondo grigio ed inaridito, reintroducendoci in un mondo dove il colore ritrova la sua energia catalizzatrice di sentimenti profondi quali l’amore e l’amicizia.
E’ il “Mago del colore” che riesce a spezzare l’incantesimo che ci rilega nella mediocrità, riavvicinandoci così al divino di cui siamo parte.

Alberto Rino Chezzi




"Ogam Eroloc stava immobile seduto sul suo trono di pietra, in quel castello che si ergeva sulla vetta di una montagna ai confini del mondo.
Era scarno, le rughe solcavano il suo volto, gli occhi inespressivi, persi nel vuoto, le lunghe mani ossute sembravano trattenere il peso della sua testa contornata da capelli bianco argento e da una barba che si confondeva con gli stessi raggiungendo il pavimento di quella sala tetra dove solo il silenzio era sovrano.
Lui stesso sembrava una statua, un essere privo di vita, di emozioni, di sentimenti, senza cuore.
Da quasi mille anni si era ritirato dal mondo degli uomini: tutto era confuso, lontano nella sua mente.
All’improvviso sembrò risvegliarsi dal suo torpore.
Dai fondi della roccaforte si elevarono grida disperate.
“ Ogam Eroloc, Ogam Eroloc, omais ossor, ollaig, edrev, oren, ocnaib, enorram, aloiv: icarebil, icarebil, àteip ”.
Si mosse lentamente, a fatica raggiunse una feritoia che spaziava sulla terra, su quei luoghi ormai dimenticati.
Tutto fuori era grigio, uniforme, sembrava che il nulla avesse preso il potere assoluto su ogni cosa, su ogni forma di vita: niente era distinto, definito. Una massa senza linee, senza contorni avvolgeva il mondo esterno.
Due lacrime inumidirono i suoi occhi spenti.
Percepì un lieve calore provenire dal suo cuore arido, la sua mente cercò di ricordare, di ritrovare quel passato dimenticato, sepolto: da allora aveva rinunciato a vivere, a sognare!

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Mille anni addietro il mondo degli uomini era diverso, ogni cosa aveva un colore definito, proprio, l’arcobaleno troneggiava nel cielo, sembrava un lungo ponte che univa l’umano al divino.
Canti di gioia si innalzavano al sorgere del sole e dolci musiche si confondevano tra il cinguettio degli uccelli quando a sera, all’imbrunire la luna prendeva il posto del fratello dorato.
I colori erano un dono, la dimostrazione di qualcosa di soprannaturale che portava gioia a tutti, ricchi o poveri che fossero.
Gli uomini di quel tempo remoto, dimenticato, pensarono di impadronirsi di quel bene prezioso.
Re Lux scatenò una guerra fratricida, voleva l’arcobaleno per sé, confidando che se fosse riuscito a strappare i colori dal mondo tutto gli sarebbe stato dovuto.
Per anni terrore e malvagità soffocarono ogni cosa ma nessuna vittoria appagava il suo infame desiderio.
L’arcobaleno e i colori non potevano essere vinti!
La terra fu sconvolta da inutili battaglie, i mari, i laghi, i fiumi e le pianure si arrossarono del sangue versato.
Solo un regno restava da conquistare e quando le imponenti armate lo raggiunsero un uomo si presentò al loro capo dicendo: “ Posso donarti ogni cosa che appartiene a me e alla mia gente, posso sottomettermi al tuo volere ma ciò che cerchi non ci appartiene”.
Re Lux lo trafisse con la spada urlando: “ Se non posso avere quello che cerco la tua vita è inutile ”.
In pochi si salvarono dall’ultima carneficina, altro sangue, altro dolore segnarono la storia di quel tempo.
Il malvagio e le sue orde raggiunsero il punto dove nasceva l’arcobaleno.
Cercarono invano di rubarlo, di strapparlo.
Furono tentati sortilegi, magie ma l’arcobaleno non si lasciò vincere.
Indispettito dall’insuccesso alzò gli occhi verso il cielo e minaccioso urlò: “ Se io non posso governare i colori e l’arcobaleno il mondo diventi grigio, buio per sempre! ”.
Le sue parole volarono veloci, trasportate dal vento, verso la vetta della montagna dove si ergeva il castello invisibile del potere assoluto.
Ogam Eroloc raccolse la sfida e teso il suo scettro verso il mondo decretò il suo volere.
Si alzò una bufera terrificante che sconvolse il pianeta e nel suo folle turbinio privò ogni cosa del suo colore assorbendo nelle sue spire anche l’arcobaleno.
Quando la calma tornò sul mondo tutto era grigio, informe, non delineato, ogni cosa sembrava confondersi con ciò che le era vicino.
Non valsero lacrime e preghiere, la bellezza del creato era svanita per sempre: i fiori spenti del loro colore persero anche il profumo, gli uccelli smisero di cantare, gli alberi si spogliarono delle loro foglie, il sole e la luna scomparvero, le stelle non rallegrarono più la volta celeste, le acque dei mari, dei laghi e dei fiumi si erano trasformate in un liquido grigiastro.
Gli stessi uomini stentarono a riconoscersi ed ogni popolo parlò da allora una lingua diversa.
Ogam Eroloc aveva condannato la loro superbia!
Lasciò agli uomini uno spiraglio, una possibilità di riscatto. Chiuse in un cofanetto un messaggio che affidò all’Ombra del Lago asserendo: “Se entro mille anni mi sarà data la soluzione all’enigma i colori e l’arcobaleno torneranno a risplendere sul mondo. Così sia!”.
Nell’affidare alla acque il suo ultimo dono due piccoli filamenti del mantello, uno nero ed uno dorato, rimasero imprigionati al cofanetto.

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Il tempo trascorse, anni e secoli si susseguirono uno dopo l’altro senza che nulla più cambiasse.
Gli uomini si abituarono ad una vita priva di colore, di profumo a quel silenzio che avvolgeva il mondo, avevano dimenticato tutto.
Solo un popolo non si rassegnò mai e di generazione in generazione continuò la ricerca della verità perduta, viva solo nelle leggende e nelle favole dei loro avi.
Samir, il principe dei senza terra, compiuti i 18 anni, alla testa di un gruppo di fedeli soldati, partì alla ricerca dell’Ombra del Lago.
Suo padre, tornato da un viaggio durato anni, gli aveva detto: “ Ho raggiunto i confini del mondo ma nessuno ha saputo indicarmi dove trovare l’Ombra del Lago, ho letto tristezza e dolore negli occhi dei popoli e rassegnazione per il grigiore che invade la terra. Figlio mio credo che ciò che ci è stato tramandato sia soltanto una chimera. Va, compi la tua missione così come ho fatto io e prima di me i nostri avi. Onore, saggezza e forza guidino il tuo cammino. Addio ”.
Si spinse verso le terre del nord impiegando tre anni per raggiungere quelli che venivano considerati i confini del mondo.
Il grigio imperava sovrano ovunque.
Rivolgendo lo sguardo verso la vastità del mare disse: “ Amici miei, qui altri sono arrivati e nulla hanno trovato, costruiamo una nave, andiamo oltre, oltre l’infinito. Non voglio arrendermi, ho giurato che avrei dato la mia vita per trovare la verità, siete liberi di seguirmi o di tornare alle vostre case ”.
Restarono uniti e in molti si adoperarono ad aiutarli a costruire una solida imbarcazione per affrontare quel viaggio verso l’ignoto.
Quando salparono dalla riva del mare si elevarono dopo secoli di silenzio un canto ed una preghiera.
Il Principe dei senza terra pianse non di dolore ma di gioia, forse una nuova era stava per iniziare, forse avrebbe trovato quello che cercava, forse, forse …..

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Ogam Eroloc sussultò, qualcosa di nuovo, di inaspettato tormentava il suo cuore e la sua mente.
Chiamò i servitori e si fece accompagnare nelle profonde segrete del suo castello che, edificato sulla vetta di una montagna, contornato da una fitta nebbia, si celava invisibile ad occhio umano.
Osservò dallo spioncino i colori incatenati, l’arcobaleno inchiodato alle travi. Percepì il loro dolore, la loro voglia di libertà: non poteva lasciarli, non poteva perdonare la superbia degli uomini e la loro sfida. Dovevano compiere un gesto d’amore, di umiltà per riavere quei beni preziosi, dovevano risolvere l’enigma, solo allora lui avrebbe ritrovato la pace e avrebbe abbandonato per sempre quel mondo che gli era stato ostile: non era vendetta era solo una severa punizione!

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Nelle lontane terre del nord, una fanciulla, la regina Dhana, cavalcava il suo destriero costeggiando le scogliere che cadevano a picco nel mare.
La sua nutrice, anni addietro, le aveva raccontato una favola.
“ Quando compirai 18 anni da molto lontano arriverà un principe, avrà bisogno di aiuto, tu sei stata prescelta, con lui darai vita ad un mondo nuovo ”.
Mancava poco al fatidico giorno e lei, memore del racconto, vigilava la costa nella speranza che si avverasse quanto le era stato predetto anche se in fondo era una delle tante storie che avevano rallegrato la sua infanzia.
La sua attesa fu premiata: vide delinearsi una vela che a poco a poco si avvicinava spinta dal maestrale.
Samir saltò con un balzo dalla nave e baciò quella terra sconosciuta dicendo ai compagni: “ Da qui ha inizio il nostro destino!”.
Spronato il cavallo lungo un ripido sentiero, Dhana raggiunse la piccola insenatura per conoscere lo straniero.
“ Sono Dhana, regina di queste terre, se vieni in pace tu sia il benvenuto, mai nessuno è qui giunto dal mare”.
“ Mia regina – rispose inchinandosi in segno di rispetto ed obbedienza – il mio nome è Samir, Principe dei senza terra e questi i miei compagni. Veniamo in pace, siamo alla ricerca di una verità perduta, siamo alla ricerca dell’Ombra del Lago, forse qui, in questo regno ignoto speriamo di trovare quello che narrano antiche leggende ”.
Raggiunsero il villaggio. Le case erano piccole, costruite con grossi tronchi e i tetti coperti da pietre ben levigate, non c’era un castello, non c’erano mura di protezione, sembrava che regnasse una pace assoluta.
Dhana abitava al centro del paese e la sua dimora era uguale alle altre, solo un grosso stemma con due aquile, scolpite da mani esperte. troneggiavano all’ingresso.
Si sedettero intorno ad un tavolo e, dopo aver sorseggiato una bevanda calda e dal sapore delicato, raccontò la sua storia, i suoi timori, le sue paure, le sue speranze e i suoi sogni.
Restarono tutti stupefatti delle sue parole, loro nulla sapevano di quel lontano passato, vivevano da sempre così, le favole riguardavano la loro terra, le renne, gli orsi e niente si diceva o ricordava un mondo diverso.
Due fiumi, l’Ob e l’Et, circondavano l’abitato ma nessuno era mai riuscito a raggiungerne la loro sorgente.
La decisione fu immediata.
Il mattino seguente si misero in viaggio: Dhana avrebbe risalito l’Ob e Samir l’Et con la promessa che chi per primo avesse raggiunto la sorgente avrebbe avvisato l’altro.
Per giorni e giorni cavalcarono bordeggiando le acque impetuose dei due fiumi e più si allontanavano più il cammino diventava impervio.
Si spinsero sempre verso nord alla ricerca di un punto, di un riferimento che desse giustizia alle parole, al racconto del Principe dei senza terra.
Cavalcarono per un mese.
La stanchezza si era impadronita dei loro corpi, il freddo era sempre più pungente, i cavalli zoppicavano e i viveri ormai razionati.
Un fragore li spaventò e quasi per fatalità o per magia si ritrovarono gli uni di fronte agli altri alla confluenza dei due fiumi generati da una cascata che precipitava da una montagna sovrastante.
Dhana e Samir si abbracciarono e nello stesso istante i loro occhi si incontrarono. Provarono nel loro cuore una sensazione nuova, un calore da cui mai erano stati sfiorati: l’amore, quella parola, quel sentimento da cui gli uomini erano stati privati, sembrava volersi liberare dalla sua millenaria prigionia.
Si accamparono per trovare un po’ di riposo.
Scrutarono le ripide rocce da cui scendeva rimbalzando l’acqua della cascata.
Sembrava impossibile andare oltre, i cavalli non avrebbero mai superato quella pendenza, bisognava proseguire a piedi.
La sera si sedettero sulla riva del fiume senza nome parlando di sogni, di speranze, poi immersero le mani nell’acqua gelida ed impetuosa per rinfrescare i volti stanchi, provati dalla fatica. Nel ritrarle fra le dita si erano impigliati due fili, uno nero era arrotolato al dito di Samir ed uno dorato a quello di Dhana.
Fissarono a lungo quei fili, così strani, così diversi dal grigio che li contornava, non riuscivano a credere ai loro occhi: erano spaventati, perplessi.
Quale mistero nascondevano ?
Samir disse: “ Siamo sulla strada giusta, dobbiamo andare avanti, il nostro destino è oltre la cascata”.
Presa per mano la regina, salutati i reciproci compagni di viaggio decisero di proseguire da soli: loro erano i prescelti!
La scalata di quella parete dalle rocce aguzze fu terribile e faticosa ma passo dopo passo raggiunsero la pianura sovrastante l’orrido: era sconfinata.
Non si lasciarono sopraffare da timore alcuno, guidati dalla volontà e dall’amore che cresceva in loro.
Per giorni e giorni andarono avanti, sempre più avanti proseguendo silenziosi il cammino della speranza.
Erano al limite delle loro forze, tutto sembrava più grigio, più buio quando, trascinando i piedi, ormai privi dei calzari, entrarono nell’acqua di un lago apparentemente inesistente.
Una voce tuonò imperiosa lacerando l’aria.
“ Chi siete voi che osate calpestarmi? Chi vi manda a turbare la mia pace secolare? Andate via, tornate da dove siete venuti! Ogam Eroloc, mio padrone, vi punirà ”.
Samir, memore delle antiche leggende, rispose prontamente: “ Signore assoluto delle acque ti supplico, ascoltami, io sono il Principe dei senza terra, ho attraversato il mondo per trovarti e renderti onore. La regina Dhana che governa con saggezza questi luoghi non ha mai turbato la tua pace. Uniti cerchiamo la verità perduta. Solo tu la conosci, così è stato scritto. Aiutaci, faremo tutto ciò che ci ordinerai e che vorrai ”.
L’acqua incominciò a muoversi, prima lentamente, poi agitandosi sempre più e ai loro occhi si presentò una gigantesca figura.
“ Io sono l’Ombra del Lago, vedo che portate al vostro anulare il simbolo del mio padrone. Poco ho da dirvi ma ho conservato un dono, un dono per voi. Prendete questo cofanetto, dovrete aprirlo, leggere il manoscritto in esso contenuto, comprenderne il significato e ripetere quanto scritto nella sala del trono di Ogam Eroloc, non è lontano da qui ”.
Samir tese la mano, prese il cofanetto e lo strinse al suo cuore.
“ Ombra del Lago non trovo parole per ringraziarti, non ho regali per sdebitarmi ma sappi che il mondo degli uomini verrà a conoscenza della tua bontà ”.
“ Non ringraziarmi ora, se la tua volontà, se il tuo amore sapranno risolvere l’enigma tu darai al mondo e a me ciò che ci apparteneva, tu restituirai a tutti la cosa più bella del creato. Ricorda queste mie parole: l’odio è l’opposto dell’amore, il dolore è l’opposto della gioia, la morte è l’opposto della vita, il male è l’opposto del bene, tutto è l’opposto di tutto. Ora và, costeggia il lato destro della mia riva, prendi il sentiero che sale verso la montagna invisibile, troverai la porta del castello ”.
Così come si era formata l’Ombra del Lago sprofondò sparendo per sempre: il suo compito era finito !

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Samir e Dhana rimasero immobili, stupefatti da quello che era sembrato un sogno, solo il cofanetto era la prova certa di quello che avevano visto.
Si tennero stretti uno all’altro e un primo bacio siglò il loro amore.
Aprirono il dono ricevuto, srotolarono la pergamena per leggere il messaggio, quelle parole che avrebbero cambiato il mondo intero.
“Ogam Eroloc, omais ossor, ollaig, edrev, oren, ulb, ocnaib, enorram, aloiv: icarebil, arebil onelaborca’l ”.
Lessero e rilessero quelle parole senza senso, quella frase ignota e furono colpiti da una profonda tristezza.
Decisero di proseguire, affrontare l’ultima prova, la fortuna non li aveva abbandonati prima, forse era rimasta ancora al loro fianco, forse avrebbero capito, forse, forse……..
Così passo dopo passo raggiunsero il portale del castello avvolti da una fitta nebbia.
Erano terrorizzati da grida, urla spaventose che tagliavano l’aria circondandoli in quel luogo tetro e gelido.
Gli fu aperto e due servitori li invitarono a seguirli lungo scale infinite fino alla sala del trono.
Videro un vecchio dai lunghi capelli bianchi seduto su di un trono di grigia pietra e grigio era tutto intorno. Solo i suoi capelli, la sua folta barba e le sue vesti erano diversi, di una tonalità nuova al loro sguardo e ne restarono affascinati, i fili che portavano alle loro dita erano uguali al suo mantello.
Tenendo ben stretta la mano di Dhana, Samir si rivolse al sovrano: “ Ogam Eroloc, questo mi hanno detto essere il tuo nome, sono qui per trovare la verità, quella verità scomparsa da secoli e di cui il mio popolo è stato testimone ma nulla di più si sa. Ti prego, per il bene degli uomini aiutaci ”.
“ Ti aiuterò se tu saprai dirmi, Principe dei senza terra, quello che a suo tempo fu scritto, diversamente tu e la regina Dhana resterete prigionieri per sempre nel mio castello ”.
Fissò quel vecchio irremovibile, fissò la donna che aveva al suo fianco, quella donna che aveva diviso con lui sofferenza ed amore. Si sentiva impotente, possibile che tutto fosse stato inutile?
Pensò al passato, ai suoi sogni, alle promesse ma di colpo gli tornarono alla mente le parole dell’Ombra del Lago: tutto è l’opposto di tutto, il male è l’opposto del bene.
Cinse i fianchi Dhana e con voce ferma, tenendo in alto la pergamena, rispose:
“ Mago Colore, siamo rosso, giallo, verde, nero, blu, bianco, viola: liberaci, libera l’arcobaleno ”.
Parole senza senso, parole sconosciute per lui!
Cessarono le grida e tutto incominciò a cambiare.
Mago Colore scese dal trono, abbracciò Samir e Dhana, con le lacrime agli occhi e le mani tremanti, li benedì dicendo: “ Figli miei, da mille anni aspettavo un gesto d’amore, da mille anni vi aspettavo, ora posso andarmene. Avete vinto: tornino i colori ad abbellire il mondo degli uomini, torni l’arcobaleno a risplendere nel cielo, tornino il sole, la luna, le stelle, cantino gli uccelli, tutto sia vivo nel creato, è giunto il giorno del perdono!”.
Si dissolse nel loro abbraccio: Ogam Eroloc sparì per non tornare mai più.
Furono avvolti da mille colori che li circondavano, li abbracciavano, li baciavano e loro, per la prima volta, si videro come veramente erano:
Lei bellissima, capelli biondi lunghi fino a i fianchi, un volto delicato con grandi occhi azzurri e labbra come petali di rosa, lui alto, pelle brunita, capelli nero corvino, occhi verdi, profondi, leali.
Rimasero a lungo stretti uno all’altro, paghi del loro amore, si, non c’erano più i forse, le attese, i dubbi: avevano veramente vinto e un raggio di sole li inondò di luce e calore.
Ripreso la strada del ritorno, i campi erano verdi, i fiori sbocciavano ricchi di colori e di profumi, gli alberi erano adorni di foglie, il lago brillava di uno splendido azzurro.
Si soffermarono sulla riva e Samir disse: “ Ombra del Lago grazie, grazie dell’aiuto che ci hai dato ”.
L’Ombra del Lago non rispose, la montagna non c’era più, il castello svanito, l’arcobaleno univa la terra al cielo, l’umano al divino.

Il tempo della favole era finito: il bene e l’amore avevano trionfato."